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Una legge per portare la Costituzione nei luoghi di lavoro

Una legge per portare la Costituzione  nei luoghi di lavoro

Dalla relazione al III congresso della Cgil.

Napoli, 26 novembre – 3 dicembre 1952.

Giuseppe Di Vittorio

 

Abbiamo il dovere di difendere le libertà democratiche e i diritti sindacali che sono legati

alla questione del pane e del lavoro; abbiamo il dovere di difendere i diritti democratici dei

cittadini e dei lavoratori italiani, anche all’interno delle fabbriche.

In realtà oggi i lavoratori cessano di essere cittadini della Repubblica italiana quando entrano nella fabbrica.

Anche certi studiosi, prima ancora che noi annunciassimo la nostra iniziativa per la presentazione di uno “Statuto per la difesa dei diritti, della libertà e della dignità del lavoratore nell’azienda”,

hanno riconosciuto questa esigenza, che però gli industriali non vogliono riconoscere.

Quando al congresso dei chimici io annunciai l’idea di proporre lo “Statuto”, qualche giornale

degli industriali scrisse: “Ma Di Vittorio dimentica che le aziende appartengono ai padroni

e che coloro che vi entrano debbono ubbidire ai padroni”. È una risposta, questa, che rivela

proprio una mentalità feudale, che rivela come i lavoratori siano considerati dai padroni come

loro proprietà, come se fossero degli attrezzi qualsiasi. I padroni non considerano il lavoratore

un uomo, lo considerano una macchina, un automa. Ma il lavoratore non è un attrezzo

qualsiasi, non si affitta, non si vende. Il lavoratore è un uomo, ha una sua personalità, un suo

amor proprio, una sua idea, una sua opinione politica, una sua fede religiosa e vuole che questi

suoi diritti vengano rispettati da tutti e in primo luogo dal padrone.

È per questo che noi pensiamo che i lavoratori debbono condurre una grande lotta per

rivendicare il diritto di essere considerati uomini nella fabbrica e perciò sottoponiamo al

congresso un progetto di “Statuto” che intendiamo proporre, non come testo definitivo, alle

altre organizzazioni sindacali (perché questa esigenza l’ho sentita esprimere recentemente

anche da dirigenti di altre organizzazioni sindacali), per poter discutere con esse ed elaborare

un testo definitivo da presentare ai padroni e lottare per ottenerne l’accoglimento e il

riconoscimento solenne.

Tutta l’esperienza storica, non soltanto nostra, dimostra che la democrazia, se c’è nella fabbrica

c’è anche nel Paese e che se la democrazia è uccisa nella fabbrica essa non può sopravvivere

nel Paese. Noi dobbiamo difendere la democrazia nella fabbrica, il che non vuol dire che

vogliamo sottrarre i lavoratori a ogni disciplina di carattere produttivo, professionale. No, il

lavoratore deve compiere il proprio dovere nell’azienda, non deve distrarsi dai suoi doveri.

Ma, nelle ore libere dal lavoro, ha il diritto, anche all’interno dell’azienda, di conservare le sue

idee, di propagandarle, di diffondere la stampa che vuole, di svolgere il lavoro sindacale, in

una parola deve essere considerato un uomo libero, non uno schiavo. Noi perciò sottoponiamo

all’approvazione del congresso il testo che proporremo alle altre organizzazioni sindacali:

STATUTO DEI DIRITTI DEI LAVORATORI NELLE AZIENDE

1) Il rapporto di lavoro tra padrone e dipendente non può in nessun modo, e per nessun motivo,

ridurre o limitare i diritti inviolabili che la Costituzione repubblicana italiana riconosce all’uomo

sia come singolo, sia nelle formazioni sociali dove svolge la sua personalità (Costituzione art.

2) Perciò anche nel luogo di lavoro i dipendenti conservano totalmente e integralmente, nei

confronti del padrone, o di chi per esso, i propri diritti, di cittadini, la loro dignità umana, e

la libertà di poter sviluppare, senza ostacoli o limitazioni, la propria personalità morale,

intellettuale e politica.

2) Il rapporto di lavoro riconosce al padrone solo il diritto di esigere dal proprio dipendente

una determinata prestazione d’opera, per un determinato periodo di tempo, nel rispetto di

una data organizzazione e disciplina del lavoro.

Nella realizzazione di questo diritto il padrone, o chi per esso, deve rispettare la inviolabilità

personale del dipendente (Costituzione art. 13).

Perciò, per nessun motivo, il padrone, o chi per esso, può ricorrere, nei confronti del proprio

dipendente a insulti, a violenze fisiche o morali, sottoporlo a ispezioni o perquisizioni, per

motivi non espressamente autorizzati dai regolamenti di fabbrica, o procedere a controlli e

sequestri di cose di qualsiasi natura che gli appartengano.

3) Il rapporto di lavoro non può in nessun modo e per nessun motivo vincolare o limitare i

diritti civili del dipendente. Meno che mai può limitare il diritto del lavoratore di discutere

con i suoi compagni le questioni relative al proprio lavoro, di collaboratore alla gestione delle

aziende, di tutelare i propri interessi di lavoratore e di adempiere ai propri doveri associativi

(Costituzione artt. 39-40-46).

Perciò anche nell’azienda, e durante il tempo non occupato nella produzione, ogni dipendente

deve poter fruire liberamente del diritto di manifestare il proprio pensiero, di leggere e far

circolare la stampa permessa dalla legge, di associarsi, di riunirsi e di far opera di proselitismo

e di organizzazione.

4) Il rapporto di lavoro non deve essere soggetto a nessuna discriminazione politica, religiosa

e razziale. Per le assunzioni, per la determinazione delle qualifiche e delle retribuzioni e per

le promozioni devono valere solo le norme stabilite dal contratto sindacale e dalla legge, le

attitudini o le capacità individuali, i meriti professionali acquisiti (Costituzione artt. 3-36).

Perciò non vi può essere rottura di rapporto di lavoro per ragioni estranee alle esigenze

della produzione, né per rappresaglia contro il dipendente a causa della sua appartenenza

a determinate organizzazioni o a causa delle sue convinzioni politiche o religiose, né per

vendetta contro il lavoratore che intenda far rispettare la propria libertà di cittadino, la propria

dignità civile e morale ed il proprio diritto ad esigere che la proprietà assolva ai compiti sociali

prescritti dalla Costituzione della Repubblica italiana.

 

 

 

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